
Kalil Gibran, non vi starò a raccontare chi è stato, non lo faccio mai e comunque non serve. Gli dei della terra, dialogo fra i Titani signori della vita, tre divinità, nell'ultima notte della dodicesima era, ultima notte della loro era. Non vorrei deludere nessuno, ma non sono sempre stato questo simpatico perculista, talvolta mi capita di ricordare com'ero, e penso, si riesco a pensare a qualcun altro, che magari non è un armadillo come il sottoscritto. E' mezzanotte e mezza: 15 anni fa mi accontentavo della radio in sottofondo e di un romanzo di Terry Brooks o di Fondazione Anno Zero di Asimov. Non ero deluso, non ero ammaccato, non ero solo, non adoravo il silenzio. Ma questa sera mi è ricapitato fra le mani Gibran, e non il Profeta o il Folle no, Gli dei della terra: me lo sarò portato appresso per anni, su e giù per l' Italia: puzza di muffa, nicotina e polvere e non lo leggevo da tempo. Ma ho lasciato un segnalibro: forse il me di 10 anni fa era più avveduto del me di oggi. Il segnalibro è lì sulle ultime parole del Terzo dio che chiudono il poema:
Now I will rise and strip me of time and space,
And I will dance in that field untrodden,
And the dancer’s feet will move with my feet;
And I will sing in that higher air,
And a human voice will throb within my voice.
We shall pass into the twilight;
Perchance to wake to the dawn of another world.
But love shall stay,
And his finger-marks shall not be erased.
The blessed forge burns,
The sparks rise, and each spark is a sun.
Better it is for us, and wiser,
To seek a shadowed nook and sleep in our earth divinity,
And let love, human and frail, command the coming day.
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