giovedì 25 settembre 2008

Inizii secolo, ironia del tempo e l'eterno ritorno


Credo sia stato Bertrand Russell a dire " Non vorrei mai morire per le mie idee, perché potrebbero essere sbagliate".
Oswald Spengler pubblica all'inizio del secolo scorso, tra il 1918 e il 1922 in due volumi, Der Untergang des Abendlandes, Il Tramonto dell 'Occidente. In sostanza egli sostiene che la storia è un lungo processo di decadimento, lento e soprattutto necessario, quindi cercare di rianimare questo vecchio gigante morente (l' Europa) con flebo di democrazia e/o socialismo, snatura l'ordine delle cose, un' ordine necessario, tradizionale. Certo al vecchio Oswald la neonata Repubblica di Weimar doveva sembrare una inutile sfida al destino, all' ineluctabile fata deum. Nuove idee, e si, le idee. Trovo quasi incredibile che proprio negli stessi anni in cui Spengler si stesse spremendo le meningi per tirar fuori l'ennesimo inutile saggio sulla dicotomia natura/storia uno sconosciuto ufficiale di artiglieria scrivevesse una delle più importanti, se non la più importante, opera filosofica del '900: il Tractatus Logico-Philosophicus. Già Wittgenstein, Ludwig Wittgenstein, una vita incredibile, una sola opera pubblicata in vita ( il Tractatus ) e una morte prematura. Era uso dire che "Se gli uomini non commettessero talvolta delle sciocchezze, non accadrebbe assolutamente nulla di intelligente", come non essere d'accordo. Un'altro inizio secolo. Il nostro. Gli uomini dei primi del Novecento - secolo bastardo, per carità, chi lo nega, tanti padri e una sola madre: la guerra - avevano maestri come Russell, Frege, Hilbert, Gödel, lo stesso Wittgenstein, e Nietzsche, a spiegare cos'era, cos'è e cosa sarà il mondo. Noi? Orfani. Ci possiamo affidare al Dalai Lama, o al conto in banca. Forse possiamo, con un rapido movimento, voltarci indietro e repentinamente guardare avanti, e basta. "Abbiamo già vissuto infinite volte nel passato" diceva Nietzsche. E continuiamo a farlo.

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