
Quando ero bambino era normale vedere per le strade del paese dei magrebini armati di carrelli a due ruote zeppi di tappeti, lampadari e strane radio a pile di marche sconosciute. Ricordo che li chiamavamo "lillò", per quel modo inconsueto di annunciare la loro presenza da pescivendoli ambulanti. Un giorno di mezza estate, era un tardo pomeriggio, uno di questi venditori passò per la mia strada e mentre noi bambini giocavamo, si mise a mercanteggiare con gli adulti. Non avevo mai visto da vicino un'uomo con la pelle più scura della mia , né tanto meno un' uomo con sottana e strane pantofole ai piedi. Non so perché, ma ad un certo punto, il mio vicino di casa venne fuori con una ciotola in terracotta smaltata colma di uva bianca da tavola, appena uscita dal frigo. Quell' uomo dallo strano accento e dall'italiano approssimativo aveva sete. Ci ritrovammo quasi per caso, adulti e bambini a mangiare uva e ad ascoltare storie di un paese lontano pieno di colori e odori, persone, asini e vivande strane e sconosciute. Ascoltavo ed ero in quel luogo, dove si mangia il cous cous con tre dita e non si beve vino. Sento troppo spesso parlare della cultura come se a tutto si potesse applicare il mercantilismo e le sue non-regole. Gli esseri umani barattano da millenni, greggi per cavalli, frumento per mais, vino per seta, idee per idee. Sento di gente che teme i bambini: di solito gente di questa risma non ha a cuore il mondo, ma solo se stessa e i piccoli privilegi di cui code, ma è brava a mistificare, a tirar su la melma da ruscello per intorbidire l'acqua. A ben vedere però, è sempre un serpente che si morde la coda. Peccato siano in pochi oggi a vederci bene, perché il mondo è ed è sempre stato a colori.
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