
Riflettevo sul piacere della convivialità oggi, si perchè di tanto in tanto mi rivien fuori quel poco di sangue meridionale che mi è rimasto e che a volte scordo di avere. In tempi non sospetti ero un'ottimo cuoco, vabbè ero anche un'uomo diverso, ma il non cibarsi per la semplice necessità di doverlo, bensì il volerlo fare, oramai ha un che di antico. Troppi sciocchi in questo Paese che apprezzano le cose sono per la loro forma. La consistenza delle idee è altra cosa, è atavica direi, per quelli come me. Mi è capitato di leggere questo mentre cercavo una ricetta per le lasagne - direte son lasagne, e no, sembra tutto uguale ma non lo è ... - :
2 settembre 2005
tratto da http://www.grandieassociati.it/
Geniale. Non ricorsivo. Ecco vedete, non è il 5o e 5o che mi turba, è più che altro il fatto che facciamo male i conti, che ragioniano su un presente che non vive, che raduniamo pigramente le nostre idee e le mettiamo sulla bilancia come fossero pezzi di manzo, che infine, si parli di cose che non esistono. Siamo di là dal tempo, un po' tristi e ossesi, un po' vagabondi e un po' contadini.
Mangiamoci un bel piatto di pasta e fagioli e non pensiamo ai deficienti. Che è meglio.
"Fra gli scaffali amici di Gerry Delfino ad Albenga (www.scriptalibri.it), stano (e acquisto, nonostante i musi del proprietario che i figlioli più cari li vede partire a malincuore) due prime edizioni di Paolo Monelli, mio autore di (piccolo) culto. Finalmente possiedo Questo mestieraccio (Treves, 1930) e soprattutto Il ghiottone errante (Treves, 1935, a giorni di nuovo in libreria in una bella edizione del Touring Club, con tanto di 94 sensazionali disegni di Novello). Dice: ma Monelli era fascista. Sarà, io di fascisti colti, eleganti e ironici non ne ho mai visti. Comunque, il Ghiottone errante è un viaggio gastronomico attraverso l’Italia in compagnia, appunto, di Novello, astemio, dallo “stomacuzzo ladro” e per giunta sofferente di mal di denti. Una delizia, uno spasso. La capacità di ragionare delle cose della tavola con serietà e senza fanatismi. Da giugno a settembre, da Alba a Marsala, da Sestri Levante a Nonantola, sessanta battaglie a tavola, oltre “alle scaramuccie delle merende e della prima colazione”, e a chi obietta che il tempo giusto per un simile pellegrinaggio sarebbe l’autunno, quando “le giovani ostesse sono ancora brune del sole estivo, ma non sudano più ai fornelli, son crocchianti e asciutte”, Monelli risponde che “anche l’estate l’uomo va a tavola due volte al giorno, e ha sete, e la sete si caccia col vino”. Con questo viatico mi sposto ad Alassio per visitare la nuova tana di Mirella Porro e Angelo Bani, approdati a un’altra Baiadelsole (C.so Marconi 30, tel. 0182 641814) dopo le fortune di quella di Laigueglia. Il posto è intimo, minimalista, un po’ nippo-milanese e Mirella nella nuova cucina si è ambientata subito al meglio, confermando la scelta di una carta sobria ma di notevole personalità (i suoi classici: tartara di polpo al vapore con finocchi, pinoli tostati, sedano, capperi, olive; straccetti di pasta fresca al ragù estivo di mare; besugo con zucchine trombetta, pomodoro candito e maggiorana; tortino caldo di pesche e amaretti). Chi forse soffre di più il jet-lag da trasferimento è Angelo che in sala (e fra i tavolini all’aperto, sul marciapiede) va un po’ di fretta, partecipa poco alle scelte e sui vini se la sbriga con un “pigato o vermentino?” che non rende merito alla sua cantina, ricca, direbbe Monelli, “di certi vinelli arditi e salati che mettono sempre addosso un disperato gusto di bere ancora”. Conto sui 45 euro."
2 settembre 2005
tratto da http://www.grandieassociati.it/
Geniale. Non ricorsivo. Ecco vedete, non è il 5o e 5o che mi turba, è più che altro il fatto che facciamo male i conti, che ragioniano su un presente che non vive, che raduniamo pigramente le nostre idee e le mettiamo sulla bilancia come fossero pezzi di manzo, che infine, si parli di cose che non esistono. Siamo di là dal tempo, un po' tristi e ossesi, un po' vagabondi e un po' contadini.
Mangiamoci un bel piatto di pasta e fagioli e non pensiamo ai deficienti. Che è meglio.
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