
"Da un essere unano che cosa ci si può attendere? Lo si colmi di tutti i beni di questo mondo, lo si sprofondi fino alla radice dei capelli nella felicità, e anche oltre, fin sopra la testa, tanto che alla superficie della felicità salgano solo bollicine, come sul pelo dell' acqua; gli si dia di che vivere, al punto che non gli rimanga altro da fare che dormire, divorare dolci e pensare alla sopravvivenza dell'umanità; ebbene, in questo stesso istante, proprio lo stesso essere umano vi giocherà un brutto tiro, per pura ingratitudine, solo per insultare. Egli metterà in gioco perfino i dolci e si augurerà la più nociva assurdità, la più dispendiosa sciocchezza, solo per aggiungere a questa positiva razionalità un proprio fantastico e funesto elemento. Egli vorrà conservare le sue stravaganti idee, la sua banale stupidità... "
Queste parole uscirono dalla penna dell'uomo che Friedrich Nietzsche considerava il più grande psicologo di tutti i tempi: Fëdor Michajlovič Dostoevskij. E tuttavia esse esprimono, anche se in forma piacevole e convincente, ciò che la saggezza popolare conosce da sempre: nulla è più difficile da sopportare di una serie di giorni felici.E' giunta l'ora di farla finita con la favola millenaria secondo cui felicità, beatitudine e serenità sono mete desiderabili della vita. Troppo a lungo ci è stato fatto credere, e noi abbiamo ingenuamente creduto, che la ricerca della felicità conduca infine alla felicità.
Questo è l'incipit de "Istruzioni per rendersi infelici" di Paul Watzlawick, massimo studioso della pragmatica della comunicazione umana, esponente di spicco della Scuola di Palo Alto. Citando Nietzsche che cita Memorie dal sottosuolo di Dostoevskij.
Credo di aver letto questo saggio circa una decina di anni fa, e ci ripensavo mentre mi prelevavano qualche millilitro di sangue per degli esami di routine, per vedere un po' come sto. Già come sto. Essere felici o infelici è uno stato intimo, interiore, ma quanto questo sia più o meno chiaro agli altri è tutt'altra cosa, come le cause del nostro esserlo o non esserlo che quasi sempre dipendono dagli atti positivi e manifesti che compiamo tutti i giorni, non dalla nostra natura personale. Detto più semplicemente puoi sapere di essere, o quantomeno crederlo, in migliore degli uomini, credere di comportati come tale, ma alla fine l'unico feedback che hai viene dal giudizio degli altri, dal loro insindacabile voto su ciò che fai, non su ciò che sei. Tutta la catena causale che va dal pensiero all'atto è insignificante per l'osservatore esterno, bisognerebbe appuntarselo. E' vero che nel mondo degli esseri umani esiste una sorta di compensazione, una vicendevole comprensione, in cui il conto dei reciproci crediti e debiti esistenziali quasi si annullano, ma rimane sempre quella spiacevole sensazione per cui la propria e l'altrui supponenza siano strumenti imperfetti e rozzi.
Alla fine credo che sarebbe conveniente per chiunque seguire la vecchia massima che impone non di dire sempre quello che si pensa, ma quando lo si fa di essere il più corretti e puntuali possibile, giusto per non dover rimpiangere nulla.
Credo di aver letto questo saggio circa una decina di anni fa, e ci ripensavo mentre mi prelevavano qualche millilitro di sangue per degli esami di routine, per vedere un po' come sto. Già come sto. Essere felici o infelici è uno stato intimo, interiore, ma quanto questo sia più o meno chiaro agli altri è tutt'altra cosa, come le cause del nostro esserlo o non esserlo che quasi sempre dipendono dagli atti positivi e manifesti che compiamo tutti i giorni, non dalla nostra natura personale. Detto più semplicemente puoi sapere di essere, o quantomeno crederlo, in migliore degli uomini, credere di comportati come tale, ma alla fine l'unico feedback che hai viene dal giudizio degli altri, dal loro insindacabile voto su ciò che fai, non su ciò che sei. Tutta la catena causale che va dal pensiero all'atto è insignificante per l'osservatore esterno, bisognerebbe appuntarselo. E' vero che nel mondo degli esseri umani esiste una sorta di compensazione, una vicendevole comprensione, in cui il conto dei reciproci crediti e debiti esistenziali quasi si annullano, ma rimane sempre quella spiacevole sensazione per cui la propria e l'altrui supponenza siano strumenti imperfetti e rozzi.
Alla fine credo che sarebbe conveniente per chiunque seguire la vecchia massima che impone non di dire sempre quello che si pensa, ma quando lo si fa di essere il più corretti e puntuali possibile, giusto per non dover rimpiangere nulla.